Spotify sbarca in borsa: la piattaforma musicale debutta a Wall Street

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Il leader dello streaming musicale Spotify sbarca a Wall Street. L’azienda svedese si quota in borsa con la formula del “direct listing”, ossia una vendita diretta dei titoli agli investitori che avviene senza intermediazioni, quindi senza un’ulteriore emissione di azioni. L’idea, secondo quanto appreso, potrebbe anche essere rischiosa, perché questo genere di formula scelta aumenterebbe i pericoli di una sorta di “atterraggio turbolento”, così come riportano le pagine di Repubblica. D’altra parte ci si aspetta un successo fuori dal comune, tanto che questa quotazione potrebbe dare nuova vita ai test sul mercato non solo ai competitor di Spotify ma anche ad altri produttori di contenuti, e tra questi anche i giornali.

Spotify supera i competitor Apple Music e Google.

Quel che è certo è che il business musicale ha bisogno di una svolta. Dopo anni in cui sono crollate le vendite degli album della stragrande maggioranza degli artisti e in un momento storico durante il quale la pirateria l’ha quasi fatta da padrone, l’idea di quotarsi in borsa potrebbe essere più remunerativa del previsto, per l’azienda e i cantanti che la sostengono. Secondo le previsioni, Spotify, che ad oggi vanta più di 150 milioni di iscritti e 71 milioni di abbonati alla versione Premium (il doppio di Apple Music), conta di arrivare in tempi non troppo lunghi a raggiungere un numero compreso tra i 198 e i 208 milioni di utenti attivi ogni mese a fine anno fiscale.

Quando è nato, Spotify non ha ottenuto profitti, proprio perché come fatto in precedenza da Amazon, l’idea era quella di un modello di business che considerasse secondario il profitto (che per Amazon è arrivato in maniera quasi prepotente), rispetto alla conquista del mercato. Ma oggi la situazione è diversa e la quotazione in borsa dell’azienda con a capo Daniel Ek è prevista attorno a un valore di circa 20 milioni di dollari. Tra l’altro Spotify, secondo gli esperti del settore, ha pochi competitor. Ma giganti come Apple e Google fanno della loro parte musicale solo l’appendice di due giganti del business in generale a livello mondiale.

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E pensare che quando nacque, Spotify fu assimilata quasi a un pirata della musica. Questo fino a quando è stata inserita la versione “freemium”, secondo la quale pagando un piccolo abbonamento si poteva ascoltare musica senza alcuna interruzione pubblicitaria. Così è diventata una fonte di reddito sia per l’industria che per gli stessi artisti. E solo così si è avuta una ripresa del mercato, specie dopo anni e anni di magra, in cui a causa delle scarse vendite di cd i cantanti di tutto il mondo si sono lanciati in continui tour che hanno permesso di introitare dall’emissione dei biglietti.

La società nata in Svezia sbarca quindi al New York Stock Exchange con titoli che, così come sottolineato da il Sole24Ore, passano privatamente di mano a 137,50 dollari. E se oggi Spotify ha fatto un passo considerato da alcuni più lungo della gamba, rischioso ma con un enorme margine di crescita, è stato comunque per la capacità di attirare a sé gran parte dei clienti nati sulla versione free: fidelizzandoli e inducendoli a passare alla versione a pagamento, e dando nuova vita a un mercato musicale abbattuto da oltre un decennio.

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