Match analysis: perché Antonio Conte è un rivoluzionario

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Adesso che è passato qualche giorno dalla partita contro la Germania e abbiamo recuperato un po’ di lucidità mentale, è tempo di riflettere analiticamente su quanto fatto dalla squadra dell’Italia nel torneo di Francia 2016. Come è apparso evidente, proprio nella partita contro la nazionale di Löw, la squadra degli azzurri ha avuto un solo fuoriclasse, che sorprendentemente è sempre rimasto in panchina. Si tratta di Antonio Conte, che con la sua idea di calcio ha preso una squadra che non brillava per talento individuale medio e l’ha portata a giocarsi alla pari la semifinale con la nazionale più forte del mondo. Il vero vincitore di questo campionato europeo è quindi il tecnico leccese che non a caso è già comodamente accasato n una delle squadre più ricche del mondo, il Chelsea multimilionario di Abramovich. Il punto forte dell’atteggiamento di Antonio Conte si può riassumere in una formula tanto semplice in teoria, quanto difficile da applicare in pratica: adattabilità tattica all’avversario specifico; preparazione accurata al singolo match; obbedienza totale dei giocatori/esecutori. Conte impersona una figura di allenatore che più che essere un profeta (alla Guardiola oppure alla Zeman) è un generale impegnato sul campo di battaglia, che decide la tattica a seconda dell’avversario che affronta e controlla che l’applicazione dei piani proceda senza intoppi nei tempi giusti. Un atteggiamento liquido difficilmente prevedibile per i tecnici avversari, che fonda gran parte delle sue ragioni su un attento lavoro di match analysis. I moderni strumenti di analisi tattica delle partite, sia hardware (telecamere, droni, sensori, tablet) sia software (visualizzazione di algoritmi statistici) sono infatti la fonte delle informazioni che Conte e il suo staff utilizzano per prendere le proprie decisioni. Lo studio dei punti di forza, delle debolezze e delle abitudini delle squadre avversarie viene infatti parametrato con le caratteristiche della squadra italiana, mettendo in luce le possibilità tattiche che ogni partita può offrire. È questo il paradigma emergente del calcio del 2016: analisi tattica dell’avversario, capacità intellettuale di formulare contromisure, esecuzione precisa, resistenza atletica. Qualità che finiscono inevitabilmente per sconfiggere il paradigma classico (squadre che si affidano ai talenti dei singoli giocatori) ma anche il paradigma spagnolo, che ha dominato negli ultimi 10 anni (possesso palla, posizione in campo e passaggi brevi). Vediamo nel dettaglio delle principali partite dell’Italia ad Euro 2016 quali sono state le intuizioni tattiche del CT della nazionale azzurra.

Con il Belgio

La vittoria con il Belgio è nata dalla sfruttamento dei difetti strutturali della squadra e in particolare del suo deficit nei passaggi difensivi. Presidiando le linee di passaggio nella metà campo avversaria si sono facilmente intercettate palle che offrivano lo spunto per rapidi contropiede ben eseguiti da centrocampisti e attaccanti.

Con la Spagna

La partita con la Spagna è stata il capolavoro di Conte: il centro del campo è stato sguarnito e i portatori di palla iberici sono stati puntualmente aggrediti, alzando il baricentro con un calcio proattivo proprio contro chi ha sempre fatto del possesso palla una bandiera ideologica. Il risultato è stato che i giocatori dell’Italia hanno corso il 7% in più degli spagnoli. Dato che significa 600 metri in più a fine partita per ognuno degli azzurri, circa tre volte la lunghezza del campo. Un atteggiamento ben spiegato anche da un altro indicatore, i palloni recuperati: 19 per l’Italia contro gli 8 della Spagna.

Con la Germania

Il risultato è quello che tutti purtroppo conosciamo, ma possiamo sicuramente dire che la colpa non è stata di Conte, dal momento che arrivare ai rigori ad oltranza dopo 120 minuti di gioco significa che il tempo della tattica è finito ed è tempo di affidarsi al talento, ai muscoli e ai nervi dei singoli rigoristi. E sappiamo bene cosa sono stati in grado di fare due delle nostre punte di maggior pregio. Da un punto di vista tattico la partita è stata impostata con un continuo raddoppio sulle fasce laterali per ridurre l’ampiezza del fronte d’attacco tedesco e un’altrettanto continua ricerca delle linee centrali per le ripartenze rapide della coppia Pellè-Éder. I tedeschi hanno risposto modificando il loro modulo classico e chiudendo gli spazi centrali con una difesa a tre. Nel primo tempo entrambe le squadre hanno quindi bloccato le costruzioni avversarie (nell’impostazione delle ripartenze per l’Italia e nella finalizzazione per la Germania). Nel secondo tempo stesso copione, solo che la guerra di nervi vede l’Italia cedere per prima, la difesa azzurra si distrae e i tedeschi se ne approfittano. L’Italia comincia a soffrire, gli schemi saltano, ci salvano solo l’ottima condizione di Buffon e l’inspiegabile gesto di Boateng, che macchia una partita quasi perfetta con un errore dilettantesco. I rigoristi italiani fanno il resto. Dato il poco tempo che Antonio Conte ha avuto per plasmare questa nazionale con le sue idee bisogna ammettere che il risultato è stato eccezionale, e rimane solo il rimpianto di non aver avuto il CT in azzurro per un anno o due in più. Siamo sicuri che sarebbe cominciato un ciclo virtuoso che avrebbe cambiato per sempre l’atteggiamento mentale, il gioco e la percezione del nostro calcio nel mondo. Magari in futuro, chissà.

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