Intermediazione bancaria, le sfide di Basilea III

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La disciplina di Basilea III pone sfide importanti per le banche e il mondo dell’intermediazione bancaria. Queste potranno andare ben oltre l’adeguamento quantitativo ai nuovi standard prudenziali, imponendo una consapevole revisione anche nella sfera strategica e gestionale. Le nuove regole mirano a rendere il sistema finanziario più stabile, a contenere il rischio complessivo entro livelli sostenibili. La crisi ha dimostrato che ai rendimenti storicamente elevati che hanno caratterizzato nel recente passato il business bancario in tutti i principali paesi si associavano rischi eccessivi: sarà dunque difficile che possano essere conseguiti ancora in futuro livelli di redditività analoghi a quelli prevalenti prima del 2007. Rispetto a quanto avvenuto in molti dei principali paesi, le banche italiane sono uscite dalla prima fase della crisi meno traumaticamente, anche in virtù di un modello di intermediazione sostanzialmente sano. Occorre tuttavia dimostrare, ora più che mai, di saper cogliere le difficili sfide poste dai nuovi scenari. Sul fronte del capitale, i progressi che il sistema nel suo complesso continua a registrare dall’inizio della crisi sono assai significativi. Si è fatto ricorso al mercato, con successo, seppure in condizioni tutt’altro che agevoli; gli azionisti si sono mostrati consapevoli dell’importanza di garantire il necessario supporto. Il rafforzamento patrimoniale deve proseguire, anche e soprattutto per continuare a garantire un adeguato sostegno all’economia. Come già Basilea II, le norme prudenziali di Basilea III offrono – a fronte degli innegabili costi che impongono agli intermediari – una preziosa opportunità. Con riferimento al rischio di credito, la cui impalcatura regolamentare esce sostanzialmente confermata dalla riforma, si tratta di proseguire nel percorso, già avviato da tempo, di rafforzamento della capacità di selezionare i progetti meritevoli, monitorando adeguatamente le posizioni in deterioramento e facendo affidamento su robusti sistemi di controlli interni. Rimane indispensabile che le banche italiane migliorino ancora il governo del rischio di liquidità, anche attraverso un continuo aggiornamento dei contingency funding plans e l’utilizzo di robuste analisi di scenario sui flussi di cassa e sulle riserve di liquidità. L’alleviarsi delle tensioni grazie ai provvedimenti straordinari della politica monetaria consente oggi di pianificare con calma le necessarie misure e strategie aziendali. Bisogna sfruttare l’occasione. Bisogna soprattutto avviare un percorso di rafforzamento strutturale della posizione di liquidità, potenziando le fonti di provvista più stabili. Negli anni a venire sarà fondamentale la sfida della redditività. La finanza deve tornare al servizio dell’economia: nel servire le imprese, le famiglie, in modo innovativo ma attento alle effettive necessità della clientela, le banche devono ampliare l’offerta, irrobustire i ricavi. La centralità del credito bancario nel nostro paese e l’attuale debolezza dell’economia rendono ancora più urgente sciogliere i nodi strutturali: efficienza operativa, offerta di servizi, rapporto con le imprese. L’azione per recuperare reddito non può passare né per innovazioni finanziarie dal dubbio valore aggiunto per la collettività né per la ricerca di nuove modalità per assumere rischi eccessivi. La redditività va recuperata aumentando l’efficienza aziendale e la qualità dei servizi per la clientela, rafforzando i presidi organizzativi, concentrandosi sul core business e rafforzando gli assetti di governo aziendale. Il pieno utilizzo della leva tecnologica, anche nella revisione delle articolazioni territoriali e nelle modalità di interazione con la clientela, può fornire un valido contributo in questa direzione. Tutti questi elementi, se combinati in modo efficace, potranno contribuire a rafforzare quello che rimane, alla luce dell’esperienza degli ultimi anni, l’elemento centrale di qualsiasi sistema finanziario: la fiducia della clientela. La capacità delle banche di interpretare correttamente gli scenari futuri, adattare coerentemente le proprie strategie, innovando, si misurerà soprattutto su questo terreno. Alcune banche, al fine di poter adeguare il loro patrimonio a Basilea III, hanno posto in essere una politica volta all’autofinanziamento attraverso: la vendita di parte dei propri asset e l’accantonamento di capitale attraverso il “retained earnings” e, solo nel caso di necessità, un aumento di capitale. Questa politica genera una forte crescita degli utili che però non è accompagnata da un aumento dei dividendi per gli azionisti, poiché tali utili sono utilizzati per accrescere il patrimonio netto determinando, di riflesso, negli investitori un minore interesse nel sottoscrivere delle azioni, che hanno una bassa redditività. Altre banche hanno adottato una politica totalmente opposta, annunciando di voler porre in essere un aumento di capitale e, allo stesso tempo, una politica di autofinanziamento. In merito al primo punto è possibile che il mercato reagisca negativamente. In merito al secondo punto, si prevede una minore distribuzione degli utili, che rappresenta un elemento in forte contrapposizione al primo punto, poiché tale politica disincentiva i nuovi investitori ad acquistare i titoli azionari, i quali saranno caratterizzati da una bassa redditività.

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