Il miglior allenatore del mondo si decide quest’anno in Premier League

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All’appello manca solo Villas-Boas, che non ha saputo resistere ai 13 milioni di euro a stagione offerti dallo Shanghai, ma ce ne faremo una ragione. Gli altri ci sono tutti e a giugno finalmente sapremo chi vincerà il titolo di miglior allenatore del mondo.

La situazione alla tredicesima giornata della Premier League è la seguente:
Conte (Chelsea) 31 punti
Klopp (Liverpool) 30 punti
Guardiola (Manchester City) 30 punti
Wenger (Arsenal) 28 punti
Pochettino (Tottenham) 24
Mourinho (Mancester United) 20 punti.

Gli effetti speciali sono quindi assicurati, soprattutto quando in campo ci sono egomaniaci come il portoghese, che però non è più quello di una volta. Secondo molti commentatori inglesi siamo infatti nel bel mezzo di una cambio generazionale. Vediamo più da vicino che combinano i protagonisti di questa sfida epica.

Cosa succede all’ex Special One

Per una decina d’anni è sembrato che fosse l’unico che ci capisse qualcosa di calcio. Tra il 2004 (anno della vittoria della Champions con il Porto) e il 2010 José Mourinho vince 2 Champions League e 7 campionati nazionali in 3 diversi paesi. Negli ultimi 6 anni ha vinto invece 2 campionati e zero Champions. Oggi sembra un pugile suonato, incapace di imporre il suo modulo al Manchester United e senza più quel “good media karma” che ne faceva sempre un protagonista di giornali e Tg, qualsiasi stupidaggine dicesse o facesse.
Lo United è il grande mistero della Premier League: una squadra ricchissima, una società supersolida, un sacco di soldi spesi per comprare gli attaccanti più forti del pianeta… e una difesa colabrodo. Situazione incomprensibile, soprattutto se consideriamo l’importanza che nella visione del portoghese ha sempre rivestito la fase difensiva, tanto da detenere un record incredibile: Mourinho non ha perso in casa per più di 9 anni di fila, cioè 150 partite in 4 diversi campionati. Quindi qualcosa deve essere successo nella testa del fu Special One.

Guardiola il profeta

Il tecnico catalano somiglia sempre più a un profeta, che dopo aver definito le tavole della sua legge calcistica nel periodo trascorso sulla panchina del Barcellona, ha preso a girare l’Europa insegnando e catechizzando gli altri campionati. Gioco posizionale e passaggi medio-corti ma rapidi. Grande possesso palla, cercando però sempre le linee verticali. Pressing alto condotto dall’intera squadra.
Questo in estrema sintesi è il suo modello di gioco. Modello che le sue squadre sembrano assimilare in una decina di minuti, visto l’impatto immediato che Guardiola e il suo staff hanno sul rendimento di una squadra. Il Manchester City è già un altro team, rispetto all’anno scorso, in cui concluse quarta (a pari merito con lo United). Pratica il più bel gioco della Premier League e fa anche tanti punti.

Klopp e il calcio heavy metal

Un allenatore che prende una squadra modesta, condannata alla mezza classifica, e le fa vincere lo scudetto 2 volte in 7 anni, trasformandola nel frattempo in una delle squadre più ricche della Bundesliga. Questo è Jurgen Klopp e il suo successo con il Borussia Dortmund è frutto di una visione innovativa che in pochi anni è diventata uno dei pilastri del calcio moderno: lui stesso lo ha definito coniando un neologismo, gegenpressing. Spiegato in parole povere: quando la squadra che sta attaccando perde palla, invece che riposizionarsi per la fase difensiva, parte subito in pressing sui portatori di palla avversari. Invece di arretrare si avanza, invece di avere timore delle mosse dell’avversario si aggredisce. Tutto fatto in velocità, in modo aggressivo, con la squadra cortissima e distanze calcolate al centimetro tra giocatori e reparti. Roba di un altro mondo, nel calcio tedesco.
Quello che Klopp ha fatto nel Borussia Dortmund ora lo sta facendo nel Liverpool, con un organico che è andato assai vicino a vincere una Premier due anni fa. Dopo le prime 3 partire di assestamento e metabolizzazione del nuovo modo di giocare, ora il Liverpool è in fase ascensionale, ed è abbastanza chiaro che sarà una delle tre squadre a giocarsi il campionato inglese quest’anno, e che Klopp corre il rischio di entrare nella rosa finale dei candidati a miglior allenatore del mondo.

Antonio Conte il trasformista

L’arrivo di Conte a Londra è stato subito esplosivo: 2 vittorie nelle prime 2 partite. Poi un momento di appannamento con due sconfitte consecutive (in casa con il Liverpool e fuori con l’Arsenal) quindi cambio di modulo tattico (3-4-3) e via con una striscia di vittorie impressionante. Alla tredicesima giornata il Chelsea è in testa, risultato niente affatto scontato, vista la stagione deludente vissuta l’anno scorso e il mancato arrivo dei rinforzi chiesti dal tecnico salentino.
Il segreto di Conte è sempre lo stesso: grande pragmaticità, lettura attenta delle squadre avversarie e ottime capacità di valorizzazione dei giocatori in rosa. Rispetto all’epoca Mourinho, la più vincente nella storia dei Blues, Antonio Conte oggi sta 14 punti sopra.
Ma l’allenatore dei Blues è diverso dagli altri suoi colleghi analizzati sopra. Quelli hanno una loro ideologia calcistica e la applicano indipendentemente dall’avversario che hanno di fronte. Di questa cosa il Mourinho dell’epoca d’oro si faceva addirittura un vanto. Conte no, lui sa che una partita di calcio è una battaglia allegorica, e che le battaglie vanno prima di tutto vinte. Inoltre è ben consapevole che tutti hanno dei punti deboli e che la duttilità tattica è l’arma più appuntita che può schierare sul campo. Per questi motivi, nel campionato di calcio degli allenatori superstar, noi ci sentiamo di puntare sul tecnico salentino, il più concreto, il meno ideologico, il più imprevedibile.

Che tante volte sarà l’ex juventino a vincere il titolo di miglior allenatore del mondo? Gli effetti sul giornalismo sportivo italiano sarebbero devastanti.

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