Accordo Basilea III, ecco cosa prevede

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Accordo Basilea III, per superare l’instabilità delle banche e la crisi del 2007. Un sistema bancario solido e stabile è fondamentale per assicurare una crescita economica sostenibile, poiché le banche sono al centro del processo di intermediazione creditizia tra risparmiatori e investitori. Gli istituti bancari forniscono inoltre servizi essenziali per i consumatori, le piccole e medie imprese, le grandi società e le amministrazioni pubbliche, che si avvalgono di tali servizi per la conduzione della loro attività quotidiana, a livello sia nazionale che internazionale. Le riforme del Comitato di Basilea rispondono alla necessità di rafforzare l’assetto regolamentare internazionale in materia di patrimonio e liquidità, con l’obiettivo di promuovere un sistema bancario più robusto. L’obiettivo delle riforme è il rafforzamento della capacità delle banche di assorbire shock derivanti da tensioni finanziarie ed economiche, indipendentemente dalla loro origine, riducendo in tal modo il rischio di contagio dal settore finanziario all’economia reale. Alla base della revisione dell’Accordo di Basilea II e del passaggio a Basilea III vi è sicuramente l’emersione in tutta la sua forza della crisi economico-finanziaria e delle carenze evidenziate dal sistema bancario. Uno dei principali fattori che ha reso così grave la crisi economica e finanziaria iniziata nel 2007 è stato che i sistemi bancari di numerosi paesi presentavano un’eccessiva leva finanziaria in bilancio e fuori bilancio che si era accumulata nel corso degli anni precedenti. Ciò si era accompagnato a una graduale erosione del livello e della qualità della base patrimoniale. Inoltre, numerose banche detenevano riserve di liquidità insufficienti. Il sistema bancario non era quindi in grado di assorbire le conseguenti perdite sistemiche sull’attività di negoziazione e su crediti, né di far fronte alla “re-intermediazione” di ampie esposizioni fuori bilancio accumulatesi nel “sistema bancario ombra” (shadow banking). L’Accordo di Basilea II ha manifestato molte criticità, per lo più attinenti le misure contemplate nel primo Pilastro: – l’eccessivo affidamento del metodo standardizzato di stima della rischiosità dell’attivo sui rating forniti dalle agenzie esterne specializzate; – la stretta interdipendenza tra i requisiti patrimoniali minimi e l’andamento del ciclo economico; – la mancata considerazione del rischio di liquidità (di non riuscire a fronteggiare le uscite di cassa); – la complessità e la varietà dei modelli interni di stima dei rischi adottati dalle grandi banche, complessità e varietà tali da renderne difficile la sorveglianza da parte delle stesse Autorità di vigilanza. Le nuove regole, note come Basilea II.5, che hanno modificato il trattamento prudenziale del rischio di mercato e delle cartolarizzazioni, sono contenute nel documento Enhancement to the Basel II framework del luglio 2009, e sono state recepite dall’Unione Europea con la Direttiva 2010/76/EU del 24 novembre 2010 (CRD3). L’espressione trading book è solitamente riferita a titoli o comunque a strumenti finanziari in genere e identifica la parte di tale portafoglio destinato all’attività di negoziazione.

Accordo Basilea III: le principali caratteristiche della riforma

Il processo di ripensamento del quadro regolamentare di Basilea II, avviato nel 2009 dal Comitato all’indomani dello scoppio della crisi economico-finanziaria del 2007, è sfociato nella pubblicazione, nel dicembre 2010, di due documenti, l’uno recante lo Schema di regolamentazione internazionale per il rafforzamento delle banche e dei sistemi bancari , l’altro lo Schema internazionale per la misurazione, la regolamentazione e il monitoraggio del rischio di liquidità . Ad essi si è soliti far riferimento con l’espressione “Basilea III”. Il nuovo Accordo Basilea III non risponde solo all’esigenza di superare le inefficienze del sistema bancario emerse durante la crisi, ma anche all’obiettivo di affinare le soluzioni già previste ed affiancarvi ulteriori regole a garanzia di una maggiore solidità delle istituzioni creditizie. Da questo punto di vista, la crisi ha solo anticipato un intervento già nelle intenzioni del Comitato, finalizzato a raggiungere soluzioni applicative meglio rispondenti alle suddette esigenze e ad evitare, per il futuro, il ripetersi di simili eventi. I principali obiettivi di Basilea III sono: – il rafforzamento della regolamentazione microprudenziale delle banche – la riduzione dei rischi sistemici attraverso meccanismi di controllo macroprudenziale. La revisione da parte del Comitato di Basilea del framework prudenziale per le banche (Basilea 3) incide sulle principali aree dell’operatività bancaria: i rischi, il capitale, la leva, il mismatch tra attivo e passivo e, non ultimo, l’impatto del ciclo economico sui bilanci. L’insufficiente quantità e soprattutto la scarsa qualità del patrimonio degli intermediari rispetto alle perdite da fronteggiare sono emerse tra i maggiori elementi critici. Gli standard di Basilea stavano anzi perdendo la funzione di benchmark per la valutazione dell’adeguatezza patrimoniale di una banca; gli analisti di mercato e le agenzie di rating convergevano su definizioni più stringenti. Il Comitato di Basilea ha definito un concetto armonizzato di capitale bancario di primaria qualità, il common equity tier 1 (CET1), corrispondente di fatto alle azioni ordinarie e alle riserve di utili; sono stati previsti criteri armonizzati e più rigorosi per dedurre dal capitale le attività immateriali e le partecipazioni finanziarie. Il requisito complessivo minimo, pur rimanendo inalterato all’8 per cento delle attività ponderate per il rischio, dovrà essere soddisfatto per più della metà con strumenti di CET1. È inoltre previsto un ulteriore cuscinetto di capitale, aggiuntivo rispetto ai minimi regolamentari, pari al 2,5 per cento del CET1 in rapporto all’attivo a rischio (capital conservation buffer). Benché non si tratti di un innalzamento del livello minimo, gli intermediari che non disporranno in pieno di tali risorse dovranno comunque rispettare limiti alla distribuzione dei dividendi e all’attribuzione di bonus. In secondo luogo, si è intervenuti sulla definizione delle attività ponderate per il rischio, ossia sul denominatore del solvency ratio. La crisi ha mostrato come alcune tipologie di rischi, specialmente quelli di mercato e di controparte, fossero sensibilmente sottostimati dall’applicazione delle regole vigenti. Le innovazioni introdotte, in parte già entrate in vigore da qualche mese (Basilea II.5), mirano a correggere questi problemi. Il cantiere non è ancora chiuso: sono in corso intense consultazioni con l’industria su una revisione fondamentale del trattamento prudenziale del trading book. Non è escluso che si apportino nel futuro altri aggiustamenti, per adeguare l’impianto prudenziale all’innovazione finanziaria e all’operatività delle banche. Ciò che rileva già ora è tuttavia la diffusa consapevolezza che un robusto impianto di norme deve continuare a garantire il necessario allineamento tra i rischi effettivi e il loro trattamento prudenziale, così da disegnare una adeguata struttura di incentivi e minimizzare i rischi di arbitraggio. Una terza area di intervento riguarda la limitazione della leva finanziaria. L’esigenza di evitare un eccessivo grado di indebitamento nei bilanci delle banche ha portato all’introduzione, per la prima volta su scala globale, di un livello massimo di 3 leva (leverage ratio) con cui le banche potranno operare; questo strumento potrà inoltre supplire alle eventuali carenze nei modelli interni adottati dalle banche, specie nei comparti finanziari più complessi. Le banche dovranno detenere un patrimonio di base (Tier 1) almeno pari al 3 per cento delle attività non ponderate per il rischio (in bilancio e fuori bilancio, inclusi i derivati). Analogamente alle più severe norme sulle attività di rischio, anche il leverage ratio mira a colpire maggiormente il modello di business tipico delle banche di investimento, che operano tradizionalmente con una leva più alta. La crisi finanziaria e, soprattutto, la protratta fase recessiva che ne è scaturita hanno riportato all’attenzione delle autorità anche il tema della prociclicità delle norme prudenziali, già ampiamente dibattuto durante i lavori di predisposizione della disciplina di Basilea II. È maturata la convinzione che le regole esistenti andassero integrate da nuovi presidi orientati al contenimento dei rischi connessi alla dinamica del credito nelle diverse fasi del ciclo economico. Il Comitato di Basilea ha ritenuto necessario, anche su questo, integrare le norme vigenti con specifici correttivi. Alle banche potrà essere richiesto di costituire un buffer di capitale (countercyclical capital buffer), che potrà raggiungere il 2,5 per cento delle attività ponderate per il rischio, destinato a garantire che le banche accumulino risorse patrimoniali nelle fasi in cui la crescita del credito rispetto alla dinamica del prodotto interno lordo risulti particolarmente elevata. Un importante intervento riguarda l’introduzione di standard per il rischio di liquidità. Sebbene quest’ultimo sia uno dei principali fattori di potenziale instabilità nei bilanci delle banche, la convinzione che le esigenze degli intermediari potessero essere fronteggiate con il sistematico ricorso a mercati interbancari integrati e sviluppati aveva indotto le autorità internazionali a sottrarre ad ogni vincolo normativo questo delicato profilo di rischio. L’esperienza recente, che ha alimentato una feconda letteratura empirica in materia, ha mostrato come l’incapacità di rifinanziare le proprie passività possa far precipitare rapidamente in una severa crisi anche una banca solvibile, soprattutto in fasi congiunturali difficili come quella attuale. Le due nuove regole sulla liquidità mirano a colmare questa lacuna, avendo riguardo alla capacità delle banche sia di fronteggiare situazioni di stress acuto con adeguate disponibilità liquide (liquidity coverage ratio) sia di mantenere condizioni di equilibrio strutturale tra le scadenze dell’attivo e del passivo (net stable funding ratio). Sono tuttora in corso intense riflessioni a livello internazionale sia sulle modalità operative di utilizzo del buffer di liquidità sia sui possibili effetti indesiderati delle nuove norme sui mercati finanziari.

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